CHI E' LA SIE

Benvenuto del Presidente Ezio Ghigo

Cari colleghi, cari amici,
nel corso degli ultimi decenni le scienze endocrino-metaboliche si sono progressivamente affermate  come disciplina centrale nell’ambito della medicina interna e l’endocrinologia italiana ha conquistato un ruolo di primo piano a livello internazionale. Dalla sua fondazione la Società Italiana di Endocrinologia ha voluto costituire un territorio elettivo  per la crescita scientifica, culturale e assistenziale delle eccellenze italiane nel settore. È lo Statuto stesso, infatti, che indica le finalità della SIE nella promozione culturale in campo endocrinologico, metabolico e andrologico, attraverso l’organizzazione di congressi scientifici, simposi e corsi di aggiornamento, nonché la stampa di pubblicazioni scientifiche, allo scopo di favorire la crescita personale, gli scambi culturali nazionali e internazionali e i rapporti di collaborazione scientifica e professionale.

Fra le tante iniziative finalizzate alla condivisione della cultura endocrino-metabolica e andrologica in ambito clinico, didattico e di ricerca, c’è la realizzazione di questa piattaforma informatica. Il Consiglio Direttivo che ho l’onore di presiedere l’ha fortemente voluta a rappresentare un contenitore vivo e interattivo per le molteplici attività della Società e un organo indispensabile di consultazione continua per gli endocrinologi e per tutti coloro interessati ai meccanismi di regolazione e di malattia endocrina.

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La SIE è la società scientifica degli endocrinologi italiani che coniuga tradizione e rinnovamento.
Raccoglie in sé le migliori forze culturali e scientifiche di tutte le aree dell’ endocrinologia.
Promuove, attraverso le proprie riviste, gli eventi che organizza e le azioni presso le Istituzioni, l’avanzamento e la diffusione delle conoscenze in ambito endocrinologico.
Essere soci SIE vuol dire essere attivamente partecipi in un processo culturale, scientifico e sociale.

Gruppo di Studio - Ipofisiti Autoimmuni

La possibilità di diagnosticare precocemente una malattia autoimmune è presupposto necessario per una terapia precoce e quindi per una eventuale prevenzione secondaria della malattia stessa quando è presente in fase subclinica. Ciò ha comportato un notevole sviluppo di tecniche di analisi genetica e di tecniche diagnostiche di imaging ed immunologiche per l’identificazione di soggetti a rischio per alcune malattie autoimmuni organo-specifiche di notevole importanza sociale. La caratteristica istopatologica di molte malattie autoimmuni organo-specifiche è l’infiltrazione linfo-monocitaria a livello del tessuto bersaglio.

 

L’identificazione in vivo di tale infiltrato costituisce il gold standard diagnostico per la diagnosi precoce di queste malattie come nel caso delle tireopatie autoimmuni. In altre malattie autoimmuni, come il diabete mellito tipo 1, il morbo di Addison ed il diabete insipido centrale non è possibile eseguire la biopsia per ovvi motivi di ordine medico-legale, per cui la diagnosi si può formulare in base alla presenza dei rispettivi anticorpi organo-specifici a titolo elevato (Falorni et al. 2004; De Bellis et al. 2001), di associazione con altre malattie autoimmuni, presenza di altri autoanticorpi organo-specifici, presenza di particolari mutazioni di alcuni geni implicati nelle malattie autoimmuni (Ghaderi et al 2006 ).
Analogamente alle altre ghiandole endocrine l’ipofisi appare coinvolta in processi autoimmuni che possono condurre a deficit secretivi ormonali che variano da quello isolato fino a quello totale (ipofisite linfocitaria) (Caturegli et al. 2005).

 

Sebbene l’ipofisite autoimmune sia considerata una malattia rara, la sua prevalenza in realtà è sottostimata perché la malattia è sottodiagnosticata (Bellastella et al. 2003). Il motivo di misdiagnosi è la variabilità della storia naturale della malattia, caratterizzata dalle differenti espressioni cliniche e dalle numerose modificazioni temporali delle caratteristiche morfologiche, cliniche, funzionali ed immunologiche. L’ipotesi autoimmunitaria nella patogenesi dell’adenoipofisite linfocitaria, oltre che dai dati istologici, è sostenuta dal riscontro di caratteristiche alterazioni morfologiche di tale regione alla risonanza magnetica nucleare (RMN), nonché dall’associazione, in più del 50% dei casi, di ipofisite con altre malattie autoimmuni organo-specifiche (tiroidite di Hashimoto, morbo di Basedow, morbo
di Addison, diabete mellito tipo I, gastrite atrofica) e dal riscontro di anticorpi anti ipofisi (De Bellis, Bottazzo, Crock, Manetti et al. 2005). Recentemente, la presenza degli anticorpi anti ipofisi (APA) valutati con tecnica di immunofluorescenza indiretta è stata correlata a vari gradi di disfunzione ipofisaria; in particolare quando gli APA sono presenti a titolo elevato sembrano essere specifici markers di coinvolgimento autoimmune ipofisario (De Bellis et al 2006, Manetti et al 2007). Tuttavia, alcuni autori hanno suggerito che nella valutazione degli anticorpi anti ipofisi
l’immunofluorescenza indiretta ha più bassa sensibilità e specificità rispetto ad altri metodi (immunoblotting ed ELISA). Inoltre non sono stati ancora isolati antigeni specifici della malattia anche se sono state avanzate alcune ipotesi (Caturegli 2008).

 


L’incidenza dell’ipofisite linfocitaria apparentemente bassa, associata ai notevoli problemi metodologici nel dosaggio degli anticorpi anti ipofisi, ha finora impedito la realizzazione di studi completi dell’assetto immunologico, funzionale e morfologico in una vasta casistica. E’ quindi indispensabile raccogliere un vasto numero di soggetti con ipofisite linfocitaria al fine di migliorare la diagnosi eziologica di tale affezione, di valutare il valore diagnostico degli anticorpi anti ipofisi e di possibili marker genetici. Infine è necessario unire gli sforzi di più Unità a livello nazionale al fine di raccogliere campie casistiche ed utilizzare competenze differenti e complementari.

 

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